Nel corso di una frenetica mattinata milanese ci siamo incontrati con l’autrice e food blogger Mimi Thorisson e la designer Fanny Bauer Grung per una cioccolata calda nella Galleria Vittorio Emanuele II. Quella che è iniziata come una semplice pausa si è trasformata in una conversazione sulla scoperta lenta delle città, sui rituali praticati in pubblico e sui piccoli gesti ripetuti che scandiscono la vita di tutti i giorni. Una discussione sul valore della routine, sul senso del gusto e sul perché è difficile rinunciare a certi luoghi. Proprio come la buona cucina e il design, le abitudini di cui abbiamo parlato si affinano con la pratica, non l’improvvisazione.
Tutte e due avete scelto di vivere e stabilirvi in città italiane, Milano e Torino. Come si fa a diventare parte del tessuto di un luogo?
Mimi Thorisson: In tanti modi, secondo me. La mia giornata inizia sempre molto presto. Mi piace vivere la città da sola, prima che si svegli. Entro in un bar, cammino per il mercato, ammiro le verdure, i colori e le persone che allestiscono le bancarelle. I mercati sono importantissimi per me: mi ispirano non solo visivamente, ma anche emotivamente. Sono cresciuta a contatto con culture diverse: mia madre è francese, mio padre di Hong Kong. Ho imparato abbastanza presto a scoprire i luoghi attraverso i piccoli dettagli. Ora con mio marito, i bambini e i cani, quei rituali diventano condivisi. Quando continui a frequentare gli stessi posti, la gente inizia a riconoscerti. Col tempo ti crei una mappa mentale. È in quel momento che cominci a sentire davvero tua la città.
Fanny Bauer Grung: Sono completamente d’accordo. Penso che la ritualità sia fondamentale, in particolar modo in Italia. Sono i gesti quotidiani che ti fanno sentire parte di un luogo. Per me si tratta di cose molto concrete: portare i figli a scuola e fermarsi a prendere un caffè al volo con le altre mamme prima di iniziare la giornata. Vedi le stesse persone, vi salutate, conosci il barista, la fioraia, il cameriere. La reiterazione crea familiarità. La gente ti riconosce e quell’essere riconosciuta diventa una forma di appartenenza.
Cos’è per voi l’eleganza nella quotidianità?
FBG: L’eleganza è coerenza. È quando le cose hanno senso insieme: come vivi, come ti muovi, le scelte che fai nell’arco della giornata. Non è decorazione o ostentazione. Ti rendi conto immediatamente quando qualcosa è allineato a tutto il resto e quando non lo è. Spesso l’eleganza è molto semplice, ma richiede attenzione. Impone di prendere decisioni e rimanervi fedele, piuttosto che cambiare direzione continuamente.
MT: Credo che l’eleganza sia ciò che dura. Non un qualcosa che si compra o si applica, bensì qualcosa che si mantiene. Ha a che fare con la ripetizione, con la cura nel tempo. La trovi in luoghi che hanno resistito al passare degli anni, in ricette che vengono ancora preparate allo stesso modo, in rituali che vengono rispettati. L’eleganza permette alla vita di andare avanti, ma senza cancellare ciò che è venuto prima. È equilibrio fra memoria e presente.
FBG: E credo che sia per questo che l’eleganza ha un potere rasserenante. Non richiede attenzione. Non ha bisogno di dimostrare il proprio valore. Quando un qualcosa è elegante, perdura e offre un senso di pace.